ELEONORA ABBAGNATO in CARMEN

Data: 
Sabato, 18 Luglio, 2015 - 21:30

TEATRO LA VERSILIANA, MARINA DI PIETRASANTA 
ELEONORA ABBAGNATO
in
CARMEN 

Per la prima volta La Versiliana Festival ha l’onore di ospitare la musa italiana della danza internazionale Eleonora Abbagnato, étoile dell’opera di Parigi, protagonista il 18 luglio di  CARMEN 

 

Balletto in due atti di Amedeo Amodio dal racconto di Prosper Merimée

Coreografia e regia Amedeo Amodio
Musiche Georges Bizet

Adattamento e interventi musicali originali Giuseppe Calì

Scene e costumi Luisa Spinatelli

Luci Bruno Ciulli

Produzione  Daniele Cipriani Entertainment

Assistente alla coreografia  Stefania Brugnolini

Danzano ELEONORA ABBAGNATO

MICHELE SATRIANO 

Con 

SILVIA ACCARDO · GIORGIA CALENDA (Micaela) · GIOVANNI CASTELLI · SUSANNA ELVIRETTI ·  ALEXANDRE GASSE (Escamillo) · VIRGINIA GIOVANNETTI · GIACOMO LUCI · GLORIA MALVASO · MARCO MARANGIO · VALERIO MARISCA · FLAVIA MORGANTE · NICOLÒ NOTO · GIOVANNI PERUGINI · VALERIO POLVERARI (Ufficiale) · SUSANNA SALVI ·

 

La Carmen di Amedeo Amodio
di Mario Pasi

Quando si affronta un tema universale come quello di Carmen, diverse e magari contrastanti sono le opzioni culturali: la prima concerne il racconto, e subito si deve decidere se riferirsi al libretto dell’opera di Bizet oppure al romanzo di Prosper Merimée; la seconda riguarda la musica, Bizet o qualcos’altro, Bizet nell’ordine o Bizet con tagli e aggiunte (vedi L’Arlesiana); la terza apre un dibattito sulla protagonista, che può essere una zingara senza scrupoli, una martire, una donna libera, un modello del femminismo; la quarta pone il problema dell’ambientazione temporale, e diversi artisti, non solo al cinema (Preminger), ma anche in teatro , sono tentati di attualizzare, modernizzare, mistificare la vicenda. Tali problemi restano anche quando Carmen diventa un balletto: ma qui la costante si chiama sensualità, di più che altrove. Carmen, insomma, è una creatura d’amore, attorno a lei ruotano le passioni, per lei va in pezzi l’onore di un soldato, un marito va sottoterra, un torero passa e va. A lei, a Carmen, il destino riserva una morte violenta. Normale, poiché violenta fu la sua vita, dicono i benpensanti. In realtà il romanzo di Merimée, che è degli anni Quaranta del secolo scorso ma che è scritto con il tipico esprit illuministico del Settecento, definisce senza lasciar spazi al dubbio i motivi e gli esiti della storia. Carmen è, diremmo oggi, una nomade, fuori dalle leggi della società in cui vive. È una estranea, rispetto al mondo cattolico rappresentato dal basco Don José. Non rappresenta dunque per nulla la cultura occidentale, è un “caso” che lo scrittore indaga con rispetto e distacco. Per l’amico di Stendhal, la gitana non è “dei nostri”. Ma il romanzo pone l’accento sul fascino del proibito, sul peccato esotico, sulla bellezza esposta e diversa; l’Ottocento è diventato bigotto, e Carmen è dunque momento di evasione e trasgressione. D’altra parte, son di moda i paesi d’oltremare, gli arabi e gli indocinesi, e la Spagna gitana, popolare, banditesca è quel desiderato terzo mondo che gli europei, i bianchi, dominano con l’istinto di trarne ricchezze, piaceri, e magari vizi. Bizet e i suoi librettisti salvarono per tre quarti il libro, adeguando comunque la storia alle esigenze dell’opera leggera (strano ma vero). Una tragedia che va all’Opéra-comique e vi trionfa: un’opera che in fondo rende più simpatica la peccatrice del peccatore, in un clima da drammone salvato dal frizzante della musica di Bizet; un’opera che è moderna nei concetti, nei rapporti, e perfino nel gioco spiritoso che ogni tanto si fa strada, come nell’incontro fra il torero e José. Alla pochezza del marito di Carmen, Bizet e soci sostituiscono la tenerezza della fidanzata Micaela; José resta sciocco, e tenoreggia, Carmen è molto più vera e femminile, il torero le è molto simile, gli ufficiali sono dei manichini, non c’è più il mistero dei boschi, delle notti, delle montagne, dei luoghi polverosi dove si tramano nefande azioni, insomma l’opera è più luminosa e diretta del romanzo, il capolavoro dello sfortunato Bizet che muore subito dopo la prima: piace ai russi e a Wagner, ai romantici e ai modernisti. Bizet non giudica, espone i fatti, ma da buon comunardo non si nega alle tirades sulla ribellione e la libertà. Sono gli ultimi fuochi romantici a favore dei fuorilegge, dei banditi, dei masnadieri, che la gente amava certo di più che gli uomini d’ordine, almeno a teatro… Sensualità dicevano, e libertà d’amare. Carmen decide, così come Giulietta, e tutte e due perdono la partita. Giulietta la veronese è ancora più determinata, e più lucida, della collega rom; si ribella alla famiglia, si prende Romeo, lo sposa di nascosto, organizza una fuga, insomma –benché giovanissima- non accetta il suo ruolo e si batte per essere libera e felice. Ma nell’Ottocento una italiana, e poi di origine scespiriana, non poteva avere un impatto simile a quello ella zingara, alla quale è permesso tutto; il peccato di Giulietta è più famigliare, quelli di Carmen sono i modi di essere del suo popolo. Roland Petit ha dato alla sua Carmen quella sensualità brillate e parigina che in fondo avrebbe deliziato Georges Bizet. Quel balletto del 1948 è ancor oggi in circolazione. Puntava sul Fatum, invece, Alberto Alonso quando dedicò la Carmen Suite (musiche di Bizet orchestrate da Ščedrin, lavoro assai fortunato) a Maja Plissetskaja; per Matz Ek, del Cullberg Ballet, la storia di Carmen è rovente, militaresca, e il punto di riferimento diventa Goya; sul terreno del folklore andaluso, infine, si sposta con drammatica coerenza Antionio Gades. Come si vede, i coreografi hanno uno speciale interesse per questa vicenda lontana, vicina e futura, e la trattano in modi assai diversi, e tuttavia accettabili.

Amedeo Amodio, come in altre fortunate occasioni (vedi il Romeo e Giulietta) appronta uno spettacolo nel quale immette tutta a sua curiosità intellettuale. La musica di Bizet viene riletta, e ancora una volta collabora all’operazione di ringiovanimento Giuseppe Calì. Le voci dei cantanti non ci sono più, al loro posto cantano invece gli strumenti. L’odine non è del tutto rispettato, ma i fatti sì, sono quello che tutti conosciamo. Si comincia dalla fine, ma non si va per flashback. Il gioco organizzato da Amodio, che potremmo definire mosaico ad alea, nel senso che ogni scena potrebbe essere spostata dalla levata di una “carta”, prevede che vi sia un inizio e una fine dello stesso fatto. Il segnale più forte è quello della morte, ed è dal delitto di José che si parte. Perché qui sta la sorpresa: sul grido d’amore dell’ex brigadiere dei dragoni che viene arrestato il sipario cala, lo spettacolo è finito, ognuno riprende il suo posto.  Si smontano le scene, il palcoscenico poco a poco torna al suo riposo notturno. E tuttavia, qualcosa di anomalo succede. La storia appena rappresentata ha stregato la gente del teatro, e qualcuno la riprende, e quasi per magia il balletto rinasce. Possiamo immaginare che una violinista sia presa dal dybbuk di Carmen e che un camionista diventi un replicante di Don José? Fuori dagli scherzi, così accade; Carmen-violino e José-camion riprendono la storia, gli altri colleghi si appropriano dei vari personaggi, delle varie scene che invece, materialmente spariscono, destinazione magazzini. Fato, casualità, forse anche nello svolgimento dei fatti…Se possibile… Se riesce… Leggiamo la sequenza del balletto a arte. È un balletto in sette blocchi, con i suoi militati e le sue sigaraie, con le sue risse. José conteso, Carmen che sfregia Micaela. José arresta Carmen, lei fugge, lui è condannato, degradato, umiliato. José in carcere. José nella taverna.  José duellante. José assassino. E Carmen che tiene i fili di questa sfida al passato, a ciò che stava nascosto nei sogni del bravo ragazzo cattolico dei paesi baschi. E andiamo dunque sulle montagne, a far contrabbando. José, pensa Carmen, è un niente. Eppure si fa amare. Il torero invece è il vincente, è il divo, è colui che sta più in alto. José ammazza García, e va sempre più in basso, il toreador ammazza i tori, guardate la vestizione, sembra un rito pagano. Forse Carmen ha fatto i soldi, comunque è elegante e non apprezza più gli stracci del malavitoso soldato. Ma sa anche quale destino l’attende, il torero è uno che passa, che avrà donne più importanti; José la rivuole, ma Carmen non ha più voglia di vivere come prima, sapendo di non aver futuro accetta che la lama del coltello, lentamente come in un racconto di Borges, penetri nelle sue carni. Sensualità della morte. Stavolta il sipario può chiudersi del tutto.

 

 

Amedeo Amodio
“Ah, Carmen! Ma Carmen adorée!”. Sulle ultime note dell’opera si chiude il sipario.
In palcoscenico inizia lo smontaggio delle scene. A poco a poco il personale e quanti altri hanno assistito allo spettacolo da dietro le quinte, vengono catturati dai fantasmi del dramma appena trascorso e man mano, un gesto, una frase, uno sguardo li spinge ad immedesimarsi in ognuno dei personaggi, per puro caso. Sarà, dunque, per puro caso che Don José incontra Carmen, che rappresenterà per lui l’unico momento di vita autentica, intensa, ma anche quello della morte. A questo punto è tutto stabilito, meno il percorso o labirinto dei due destini ormai indissolubilmente legati. Così si potranno creare accostamenti scenici imprevedibili e surreali, ma sempre volti verso un’unica fine. Sarà comunque Carmen, profondamente consapevole dell’ineluttabilità del momento finale, a condurre il gioco trasgressivo ed eversivo, in un impossibile tentativo di sfuggire alla sua sorte. La scena, come la musica, si svuota durante lo svolgimento del racconto, fino a rimanere nel momento finale completamente scarna, desolata ad esprimere la “solitudine tragica e selvaggia” di una donna che cerca di affermare il proprio diritto all’incostanza.

Giuseppe Calì
Si dice che nell’attimo della morte tutti i momenti importanti della vita riaffiorino per rendere presente ancora una volta ciò che sta per essere irrimediabilmente perduto; soprattutto le grandi emozioni, i momenti d’amore, ritornano a celebrare se stessi in un ultimo anelito di attaccamento alla vita o a ciò che di essa ha rappresentato l’essenza.
Carmen vive una tragedia, quella di chi non può sopravvivere alle proprie trasgressioni ed anche la musica, a suo tempo, è stata sentita come trasgressiva e forse quasi blasfema; un flusso incontrollabile di sensualità portato nel luogo più borghese e meno trasgressivo della società tardo ottocentesca : il teatro. In questo lavoro di adattamento ho voluto restare il più fedele possibile all’originale di Bizet, mantenendo i brani delle suites già esistenti ed adattando le parti vocali nel modo più conforme possibile alla partitura dell’opera.
Solo alla fine, quando la tragedia diventa nostra, e di qualsiasi epoca, la musica di Bizet ritorna in forma di ricordo, uno sguardo sul passato, ed il dramma della cancellazione si consuma, si racconta e si trasforma nella musica in forma di esalazione progressiva dal suono al silenzio; un abbandono del tempo fino all’immobilità più totale.

Luisa Spinatelli
Reggio Emilia e il suo teatro “Valli”, Amedeo Amodio e la sua Carmen, un incontro nel palcoscenico vuoto nel fascino di uno spazio che con i suoi chiaroscuri ha accolto nella sua lunga storia chissà quante Carmen – ma Carmen, poesia, incantesimo, “formula magica” come il significato del suo nome, è ancora una volta presente. Nella nostra visione progettuale questa Carmen doveva poter agire in un rinnovato contesto che ha portato alla scelta dello spazio vuoto, con la sua astratta magia, quale contenitore attivo dell’evento drammatico. Spazio vuoto, filtrato attraverso un diaframma semitrasparente, che ripropone una realtà (il palcoscenico vuoto) solitamente nascosta allo spettatore. Alla visione di questo spazio si arriva attraverso un altro filtro che evoca simbolicamente il rosso del sipario d’opera. Dietro a questo sipario si è appena conclusa la tragica fine di Carmen, si smonta lo spettacolo e si ricompone una nuova situazione che, ricordando le parole di Merimée (“l’energia, anche se spesa in passioni funeste, suscita sempre stupore e una specie di ammirazione involontaria”), consentirà ad Amedeo di esprimere, attraverso forme e colori, l’essenza della sua visione poetica mediante le figurazioni che la danza suggerisce. Il mio apporto alla creazione di questo spettacolo si è, così, circoscritto all’individuazione di fogge per i personaggi che nella modernità del contemporaneo trovassero la loro ragione d’essere. Il supporto scenografico è pertanto affidato all’essenzialità del vuoto che acquista significato solo nelle sequenze dell’azione coreografica.

Amedeo Amodio coreografo e regista
Amedeo Amodio nasce nel 1940 a Milano dove studia alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala entrando quindi a far parte della Compagnia di ballo nella quale ricopre molti ruoli solistici.
A 24 anni lascia La Scala perché scelto come primo ballerino nella trasmissione televisiva “Studio Uno”.
Lavora quindi come artista ospite all’Opera di Roma dove nel 1970 realizza versione di Petroushka (1970). Fra le altre sue coreografie: per il Festival di Spoleto Escursioni (1967), Variazioni (1969), Après-midi d’un faune (1972); per la Scala di Milano: Ricercare a nove movimenti (1975), Oggetto amato (1976), Actus III (1977); per il Carlo Felice di Genova: Il flauto danzante (1978); per il Comunale di Bologna: Parsifal (1980) e la regia di Tristano e Isotta (1981) su musiche dal vivo degli Area. Molte le sue interpretazioni accanto a Carla Fracci, tra cui Il gabbiano (1968), Il bacio della fata, Pelléas et Mélisande, La figlia di Jorio. Al cinema è fra gli interpreti principali in Il portiere di notte (1974) e Al di là del bene e del male (1977) di Liliana Cavani. Nel 1979 gli viene affidata la direzione artistica del nascente Aterballetto, riconosciuta sotto la sua guida come la prima compagnia di balletto italiana. Impostosi come coreografo-regista, realizza Romeo e Giulietta di Berlioz e Lo Schiaccianoci di Cajkovskij che gli valgono il premio Danza & Danza per il migliore spettacolo dell’anno nel 1987 e 1989. Molte le creazioni di Amodio per Aterballetto, alcune delle quali su musiche appositamente composte da autori quali Berio, Corghi, Sciarrino, Eugenio Bennato, Garbarek, Vasconcelos, Calì. Firma le coreografie per molte opere come La Vestale alla Scala (1993), Carmen (1995). Nel 1996, con la sua ultima creazione per Aterballetto, Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr Hyde lascia la Direzione della Compagnia per dirigere il Corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma fino al 2000. Nel 2001 firma la coreografia di Kiss me, Kate al Regio di Torino, nel 2002 rimonta Carmen per il Tulsa Ballet e per il Maggio Fiorentino. Nel 2003 è Direttore di Ballo al Teatro Massimo di Palermo, dove firma le coreografie per Lakmè e Romeo e Giulietta e la nuova creazione We like Mozart. Firma quindi le coreografie dell’Aida al Regio di Parma. Nel 2006 firma la coreografia di Sakuntala all’Opera di Roma e di Macbeth al Regio di Parma. Nel 2009 è fra l’altro coreografo e regista dello spettacolo Napoli zompa e vola andato in scena al Teatro San Carlo e a Mosca. Nel novembre 2010 gli viene assegnato il Premio alla carriera “Anita Bucchi”. Sempre al San Carlo ha firmato le coreografie per I Vespri siciliani.

 

Luisa Spinatelli  scenografo e costumista milanese
Nata a Milano, studia Scenografia presso l'Accademia di Belle Arti, Brera, dove insegna metodologia della progettazione per lo Spettacolo.
Debutta come il più giovane scenografo nel 1965 al Teatro alla Scala di Milano con la "Francesca da Rimini" con Carla Fracci, cor. Pistoni.
Come assistente di Ezio Frigerio, ha l’opportunità di incontrare Giorgio Strehler con il quale collabora e acquisisce quel modo di “fare Teatro” che l’ha accompagnata per tutto il suo percorso di lavoro. Esercita la sua attività professionale dedicandosi alternativamente alla Prosa, alla Lirica e al Balletto e lavora in Italia e all’estero con registi e coreografi che la coinvolgono in spettacoli molto importanti.
Vince il PREMIO QUADRIVIO 1990. Nel settore PROSA sono da ricordare:
Per la regia Giorgio Strehler:
“l’ Illusion” Corbeille –costumi-  Parigi Odeon 1984
“Faust”parte I-II Goethe Teatro Studio dal 1988 al 1992
“l’Isola degli schiavi” Marivaux Piccolo Teatro Milano, 1994/95
Instaura  un sodalizio artistico con la coppia Carla FRACCI/Beppe MENEGATTI realizzando per loro numerosissime produzioni di grosso impegno, debuttando come “prima donna scenografo” all’Arena di Verona nel 1976 con “Schiaccianoci”, Tchaikovsky.
Vince il Premio POSITANO-Leonide Massine per l’arte della danza nel 1989.
Stimolante la collaborazione con il Maestro Roland PETIT in produzioni molto particolari, da ricordare tra le tante: “DIX oder Eros und Tod” Staatsoper unter den Linden Berlin 1993,“Le Guépard” Teatro Politeama, Palermo 1995,“Cherì” Teatro alla Scala Milano 1996,“La Dame de Pique”  Bolscioj Moscov 2001.

Per la coreografia del Maestro P. Bart da ricordare:
“Schwanensee” Tcaikovskij – Barenboim  Staatsoper Unter den Linden-Berlin 1997 con il quale riceve la nomination per il BENOIS DE LA DANSE nel 1999
Per il Maestro A. AMODIO, la cui collaborazione nasce prima tra ballerino e costumista e in seguito come coreografo della compagnia dell’AterBalletto di Reggio Emilia sono da ricordare: “Se ne gghiuto a Venezia” Stavinsky /Teatro Malibran Venezia 1982, “Naturale” Berio Festival delle Ville Vesiviane Napoli 1984,
”Romeo e Giulietta” Berlioz, costumi 1987 , “Carmen” Bizet 1995 Reggio Emilia, Maggio musicale Fiorentino, Firenze 2002, Teatro alla Scala Milano 2005, Tulsa Ballett 2006. E ancora: “Kiss me Kate” Teatro Regio Torino 2001, “We like Mozart” Teatro di Verdura Palermo 2005.
Altri titoli da ricordare tra i tanti balletti realizzati:
“ Orlando “ cor. R. North -Teatro dell’Opera Roma 1997, “Paquita”  Lacotte,  Opera Garnier  Paris 2001, “The Sleeping beauty”, London 2003”, A Midsummer Night's Dream” G. Balanchine Teatro alla Scala Milano 2003, “Raymonda” A.Maki 2004 New National Theatre Tokyo, con il quale vince il PREMIO AKIKO TACHIBANA come migliore spettacolo dell’anno Tokyo 11 maggio 2005.

Eleonora Abbagnato
Nata a Palermo, inizia a studiare danza classica all’età di 4 anni con Marisa Benassai. Continua i suoi studi a Montecarlo, Cannes e, a 14 anni, è la prima italiana ad essere ammessa alla prestigiosa scuola dell’Opéra di Parigi, dove grazie ad una passione travolgente e una volontà ferrea, a soli 22 anni diventa Première Danseuse, interpretando le creazioni dei più grandi maestri della coreografia come Roland Petit, Pina Bausch, William Forsythe, John Neumeier, che la prediligono per la sua versatilità e intelligenza interpretativa.
Esordisce in televisione a 12 anni in un programma condotto da Pippo Baudo.
In seguito appare in diversi spettacoli televisivi, nel 2007 esordisce come attrice protagonista nel film “Il 7 e l’8” di Ficarra e Picone  e nel 2009 affianca Paolo Bonolis alla conduzione del Festival di Sanremo.
Nell’autunno dello stesso anno Vasco Rossi la sceglie come interprete ideale, per evocare le diverse sfaccettature della figura femminile nel suo nuovo video “Ad ogni costo”, che diventa in poche settimane un cult. La Casa Editrice Rizzoli presenta a novembre 2009 la sua autobiografia “Un angelo sulle punte”,  in cui Eleonora racconta il suo straordinario percorso costruito con entusiasmo e tenacia che “l’ha portata proprio dove voleva essere”.  Il libro raggiunge rapidamente la terza edizione.
Il 31 dicembre 2009 Eleonora corona un altro sogno: ballare in occasione del concerto di capodanno a Vienna trasmesso in mondovisione con i costumi disegnati appositamente per lei dal Signor Valentino.
Curiosa ed eclettica è da anni coinvolta anche nel mondo della moda: scoperta da Karl Lagerfeld in veste di fotografo, è legata da un rapporto di amicizia agli stilisti Dolce & Gabbana.
Il Presidente Sarkozy  la nomina, nel maggio del 2010 con un decreto, “Chevalier dans l’ordre national du mérite” per ricompensarla del suo impegno al servizio dell’Opéra e della Francia.
Il 27 marzo 2013, su proposta di Brigitte Lefèvre Direttrice della Danza, Nicolas Joel Direttore de l’Opéra National de Paris la nomina,  Danseuse Etoile de l’Opéra de Paris, in occasione dell’ultima replica della Carmen di Roland Petit, proprio una creazione del grande coreografo che l’aveva scelta a 12 anni per essere Aurora bambina ne “La bella Addormentata nel bosco”.
Ad aprile ’15  viene nominata direttrice del Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma.

 

Sede: 
Teatro La Versiliana
Categoria: 
Danza